IL RETTORE ZARA NON ACCETTI EVENTUALE DENARO DI TAP PER BORSE DI STUDIO

IL RETTORE ZARA NON ACCETTI EVENTUALE DENARO DI TAP PER BORSE DI STUDIO

IL RETTORE ZARA NON ACCETTI EVENTUALE DENARO DI TAP PER BORSE DI STUDIO

MOVIMENTO “VALORI E RINNOVAMENTO”

 Lecce,19 luglio 2014.

 WOJTEK PANKIEWICZ, PRESIDENTE DI “VALORI E RINNOVAMENTO”: “IL RETTORE ZARA NON ACCETTI EVENTUALE DENARO DI TAP PER BORSE DI STUDIO”

 

Da qualche giorno, politicanti e contorsionisti vari stanno cercando sulla stampa di convincere Tap a non finanziare feste e sagre estive, bensì borse di studio per gli studenti universitari. Tap risponde di volersi organizzare in tal senso.

Conosco bene lo spessore umano, morale e scientifico del Rettore Zara, perciò lo esorto con totale fiducia in lui a non accettare in nessun caso contributi in denaro di Tap per finanziare assegni e borse di studio, poiché sarebbe questa solo la continuazione dell’operazione vergognosa in atto avente come fine la compravendita del consenso popolare a vantaggio di speculatori privati dell’alta finanza internazionale alla quale Tap appartiene.

Proprio l’Università ha il dovere, invece, di tutelare le future generazioni salentine da questo indegno tentativo di scipparle attraverso la costruzione di un’opera, come il mega gasdotto Tap, inutile e dannosa, della loro identità territoriale e culturale. Continui, invece, l’Università del Salento con l’illuminata scelta di creare una Facoltà di Agraria, possibilmente di AGROECOLOGIA, e con le illuminate iniziative che il preside di Economia, Amedeo Maizza, sta ponendo in essere a favore di un adeguato e appropriato sviluppo del Turismo, dell’Arte e della Cultura.

 

                               IL PRESIDENTE

                              PROF. WOJTEK PANKIEWICZ

PERRONE DICA NO ALLA PROPOSTA DI SPONSORIZZAZIONE TAP

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                TAP – DURA PRESA DI POSIZIONE DEL PRESIDENTE DI “VALORI E RINNOVAMENTO”, WOJTEK PANKIEWICZ : “PERRONE DICA NO ALLA PROPOSTA DI SPONSORIZZAZIONE E POLITICANTI SENZA VISIONI DI SVILUPPO PER LA PUGLIA E IL SALENTO NON AGITINO LO SPETTRO DELLA TRIVELLAZIONE DEL NOSTRO MARE”.

 Non più tardi dell’altro giorno, “Valori e Rinnovamento” chiedeva al Comitato Feste Patronali di Lecce di pronunciarsi subito pubblicamente contro eventuali sponsorizzazioni di Tap. Avevamo visto giusto, il problema sussiste. Rivolgo un accorato appello al sindaco Perrone, nel quale ho fiducia, perché è uno dei pochi politici che, candidando Lecce a Capitale Europea della Cultura, ha dimostrato di avere una visione di sviluppo economico del territorio, che è e deve restare quella del Turismo culturale. Egli di recente ha organizzato su questo tema anche un convegno al Paisiello con Monica Maggioni ed i sindaci di Verona e Catania, Flavio Tosi ed Enzo Bianco. Inoltre sono certo che Perrone vorrà evitare le   vivaci contestazioni che il Comitato No Tap certamente organizzerebbe in piazza Sant’ Oronzo nei giorni 24, 25 e 26 agosto, alla presenza di migliaia di turisti e visitatori, che sicuramente non apprezzerebbero la volontà di far approdare un orribile mega gasdotto in questa paradisiaca terra e solidarizzerebbero con i No Tap.

Una parola poi va detta a questi patetici politicanti, (leggo di un certo Introna) che agitano l’incubo della trivellazione del nostro mare dell’arco jonico-salentino per cercare il petrolio (sic !).

Siamo il Movimento del Sole e le Ali   e affermiamo con forza che lo sviluppo economico del Salento deve coniugarsi con la difesa e la tutela dell’ambiente. Il petrolio del Salento non è nero, è azzurro come il nostro mare, verde come i nostri prati, e si chiama turismo. Diciamo, perciò, un no netto e deciso alla scellerato disegno di portare le  piattaforme, le sporche trivelle e gli sporchi mega tubi delle multinazionali del petrolio e del gas nel nostro mare col sostegno di lugubri e spregiudicati politicanti.

 

                                                       IL PRESIDENTE – WOJTEK PANKIEWICZ

Il giudizio di Sgarbi su Gabriella Legno

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 Il giudizio di Sgarbi su Gabriella Legno

 Avevamo dato con gioia la notizia della presenza nell’Annuario d’Arte di Vittorio Sgarbi della pittrice salentina Gabriella Legno e della sua partecipazione, con l’opera “Chiave Tonale Oro-Rubino”, alla mostra “Porto Franco “ che si sarebbe tenuta a Palermo nei giorni seguenti con la partecipazione di tutti gli artisti prescelti.

Una notizia entusiasmante ma attesa, dato lo spessore dell’artista, ormai nota anche al di fuori dei confini nazionali e continentali.

Se Pankiewicz, il presidente del movimento “Valori e Rinovamento”, del quale l’artista è socia della prima ora, la definiva “Grande Poetessa dei Colori dello Spirito”, volendo evidentemente sottolineare la finezza del tratto e la densità del coinvolgimento emotivo che i suoi quadri provocano; “Ambasciatrice Artistica Salentina in Italia e nel Mondo” fu il mio giudizio più immediato, per la consapevolezza di trovarmi di fronte a un’artista di un livello certamente fuori dal comune.

Oggi, comunque, le intuizioni e le previsioni sono pienamente confermate. Il giudizio di Sgarbi rappresenta la consacrazione definitiva nell’Olimpo dei grandi dell’arte contemporanea. La Postilla è lieta di pubblicare il testo integrale della recensione di Sgarbi

Gabriella LEGNO

Due anime complementari, separabili, ma meno lontane di quanto le meccaniche, spesso sterili distinzioni fra astratto e figurativo possano far credere, convivono nella pittura di Gabriella Legno, artista salentina che ricordo di avere incrociato nel corso di qualche mia incursione nei luoghi a lei cari, e parallelamente anche attivista di un movimento politico- culturale locale, di respiro umanista. Una di queste anime, quella che con eccesso di inerzia mentale si definirebbe figurativa, mantiene in realtà il contatto con il terreno a portata di mano dell’artista, che non è, per quanto possa far parte del suo quotidiano ordinario, un terreno qualsiasi. È il campo, fisico e spirituale, del Barocco leccese, idolatrato attraverso la rappresentazione di alcune delle sue architetture più seducenti, ma non certo per ottenerne delle cartoline turistiche. Il Barocco, l’architettura, Lecce tutta, nello splendore del suo centro storico, sono il presupposto, la piattaforma da cui spiccare il volo alla ricerca della dimensione “oltre il visibile”, per dirla con le parole della Legno, che quel prodigio in terra ha generato, promettendo di poterne continuare a generare anche altri, in qualunque tempo, presso qualunque gente, se solo la si sapesse accondiscendere. Così la chiesa delle Alcantarine, perfettamente riconoscibile grazie alla dimestichezza della Legno con le regole del buon disegno, si proietta come un missile verso un cielo profondo e mostoso come un oceano, snellita lateralmente come se avesse perso gli stadi, proprio come un vero vettore astronautico. Ancora meglio farebbe San Matteo, la cui facciata, con quel suo aspetto sfaccettato e affusolato, potrebbe anche assomigliare a un’astronave pionieristica, o meglio, a una cosmonave (i sovietici preferivano chiamarle in questo modo), se non a un razzo dei fumetti di Flash Gordon; e infatti, non manca di slanciarsi verso un orizzonte di fuoco d’artificio, ancora più intrigante del cielo d’oceano, anche se in una diversa versione della stessa Legno, zavorrata dall’edificio che lo precede e da vortici di venti lunari, San Matteo sembra compiere un percorso inverso, trasformato imprevedibilmente in un batiscafo picardiano destinato a scandagliare chissà quali abissi sconosciuti, in fondo uguali e contrari ai cieli d’oceano e gli orizzonti di fuoco d’artificio dei quali si è appena detto. Questa intenzione di idolatrare il monumento rifiutando l’adorazione passiva, rappresentandolo non per sacralizzarne l’immagine, ma per vedere oltre da essa, mi fa ricordare l’atteggiamento con cui Robert Delaunay, fra il 1909 e il 1911, si è confrontato con la Tour Eiffel, oltraggiandone l’immagine canonica – ora destrutturandola come in un’esplosione, ora rimontandola come fosse un’improbabile Torre di Babele – per cavare da essa qualcosa che andasse al di là dell’oggetto fisico, un archetipo della spiritualità moderna pienamente partecipe di una nuova dimensione intellettuale, ancora tutta in divenire e in attesa di una definizione chiarificatrice, ma innegabile nella sua dirompente forza rinnovatrice, come una piena inarrestabile. È, quello delle variazioni sul tema delle Tour Eiffel, un Delaunay cubista, ancora analitico nella sua smania disintegratrice, ma che già annuncia una fase diversa, l’Orfismo, originale rispetto alla strada maestra indicata da Picasso e Braque: sviluppando in qualche modo la lezione del pointillisme, Delaunay cerca nelle libere composizioni della forma-colore, emancipate da qualunque intento rappresentativo, la possibilità di proiettare il proprio io in un’aura mistica in cui stimolazione estetica e sensazione percettiva, esperienza e meditazione, arte e vita diventano una sola, unica, eccitante esperienza, all’insegna del élan bergsoniano più scolastico. Eccolo, Delaunay con la moglie Sonia, elaborare, fra il ’12 e il ’13, il ciclo delle “Forme circolari”, la risposta astrattista in salsa transalpina al primato russo-tedesco sancito da Kandinskij, per poi tornare, a guerra in corso, a lambire le rive della figurazione. Non mi sarei dilungato, su Delaunay, se non vedessi (Neo)-Orfismo, echi post-divisionisti, misticismo, musiche di colori e forme circolari anche nelle opere astratte della Legno, quelle che, preso il volo dalla terra, dalla sua Lecce, sorvolano l’orbita dell’immateriale, immerse in una visione perpetua che aspira a contemplare, forse, il mistero ultimo, l’idea platonica nel suo stato puramente metafisico. E il viaggio, al centro dell’universo dentro la nostra mente, immensamente più grande di quello reale, diventa senza fine.

Vittorio Sgarbi

A passo di danza – La Postilla n. 196

 

LA POSTILLA N. 196

A passo di danza

A passo di danza ancora, a distanza di giorni dalla magica serata in piazza, disegnando movenze e figure al primo manifestarsi di un suono. Un attimo soltanto ad ascoltare e via con la ricerca della giusta postura, i primi passi incerti che si fanno presto decisi e sicuri e sempre più congrua la rispondenza al ritmo. Da modulati e lenti i movimenti si fanno più veloci al primo accelerare della musica, offrono l’immagine della leggerezza e dell’armonia per l’aggraziato oscillare delle braccia e il muovere circolare delle mani, diventano infine cadenzati e frenetici in risposta al mutevole ritmo. Non è la prima volta che assistono alla scena sprofondati nella poltrona dinanzi alla piccola, appassionata e tutta presa, che gli gira intorno in attesa di un giudizio e che alla percezione di minimi segnali di approvazione regala sorrisetti ammiccanti, prima d’impegnarsi nella ricerca di più raffinate performance che possano ancora stupire. Una scena consueta per loro, ma stavolta qualcosa di nuovo li colpisce. Non vedono la semplice ripetizione di gesti appresi e consolidati, ma l’avventura in campi inesplorati con musiche dai ritmi nuovi; non l’abbozzare di un gesto qualunque, ma la ricerca dei movimenti adeguati al ritmo. Tentativi e riprove che sembrano venir fuori da uno schema almeno accennato se non sufficientemente posseduto, in risposta a un’immagine mentale che anticipa il possesso della struttura che certamente non tarderà ad arrivare.

La piccola di tanto in tanto si ferma, ripete le movenze, le corregge, atteggia il corpo nelle forme più diverse, prova, si guarda intorno, cerca conferme. Non c’è, neppure nel momento ludico, lo scadimento nel ripetitivo o nel burlesco. Agli astanti non sfugge la tensione e lo sforzo di risultare adeguata, la ricerca del quid capace di aggiungere qualcosa di efficace e sorprendente. Per loro che osservano con altrettanta attenzione è la conferma degli importanti risultati raggiunti dopo solo qualche mese di frequenza della scuola di danza. E non sfuggono a quell’intimo compiacimento di aver preso, a suo tempo, la giusta decisione. Sono chiari i segni della felice esperienza, radicata su precise motivazioni e diretta da una sapiente regia educativa, capace di raccogliere le spinte motivazionali e di orientarle nella pienezza delle dimensioni della persona. Non rilevano, gli attenti genitori, soltanto il possesso di una serie di tecniche o il risultato di semplici addestramenti, ma gli esiti di un percorso educativo completo che nel movimento e nel gesto ha trovato la via d’accesso alla persona nella sua interezza. Cosa che deve rappresentare il vero obiettivo dell’arte coreutica, quando venga interpretata nella sua più giusta natura.

Non è semplice esercizio fisico la danza e non si connota soltanto di movimenti e atteggiamenti appresi meccanicamente per imitazione; è invece certamente padronanza del corpo, ma anche finezza e grazia del gesto e dell’espressione, capacità di autocontrollo e facile integrarsi nell’azione collettiva. Sintesi di corpo e spirito, di attività intellettuale e fisica, esercizio di fantasia e immaginazione il passo di danza promuove e sviluppa consapevolezze e sforzo creativo.

Se aveva ragione chi nell’educazione individuava le due categorie dell’utile e dell’ornamentale, bisognerebbe forse aggiungerne una terza per quanto riguarda la coreutica: l’utile attraverso l’ornamentale, lo sviluppo complessivo della persona veicolato da un’esperienza di per sé motivante, carica di fascino e di significato, soprattutto nei primi anni dell’infanzia. Una motivazione vera e profonda che non deve andare dispersa perché non vada sacrificato un importante settore del patrimonio innato della persona.

Credo che fossero consapevoli di tutto questo le tantissime persone che si assiepavano in piazza l’altra sera. Una folla strabocchevole nello splendido scenario racchiuso tra le due più alte espressioni artistiche e culturali della città, il Palazzo Marchesale e la Chiesa del SS.Crocifisso, ma per l’occasione nulla riusciva a distogliere gli sguardi, tutti puntati sulla scena che si andava dipanando all’interno del palco finemente preparato. Dalle più piccole alle adolescenti, tutte ammirevoli le protagoniste per la sicurezza, la grazia, l’armonia. Serie, concentrate, forse anche emozionate, ma sicure, senza nessuna incertezza. E i movimenti, in perfetta sintonia con le sublimi note di Rossini, acceleravano secondo il crescendo, diventavano frenetici, si smorzavano. Il silenzio più assoluto che accompagnava le esibizioni esplodeva improvvisamente in applausi scroscianti soltanto al momento opportuno. Uno spettacolo indimenticabile, certamente, e un sicuro successo per la scuola di danza di Patrizia Conte e Stella Bruno, ormai da tempo giustamente apprezzata.  E la conferma, soprattutto, di una città viva e presente che nessuna difficoltà riesce a piegare alla rassegnazione e alla rinuncia, che crede nella cultura e nell’arte e nelle potenzialità dell’associazionismo ai fini dello sviluppo e del progresso economico e sociale. Una fede che sembra condivisa e che va costantemente crescendo, anche nella considerazione degli amministratori che sulla sinergia con le varie associazioni sembrano puntare decisamente per animare la vita sociale e promuovere il territorio nei suoi tanti aspetti e nelle varie risorse. Apprezzabile per questo la volontà di Nisi di restituire alla città, tra gli altri eventi, anche il saggio di fine anno di Punto Danza sino all’anno scorso costretto all’esilio. Il buon successo della manifestazione e quanto sembra di poter cogliere quale favorevole auspicio va dunque ascritto a merito delle sue scelte e assume sempre più i connotati di una scommessa che può essere vinta.

 Enrico Longo