La politica delle cose – La Postilla n. 193

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LA Postilla n. 193

La politica delle cose

Non si parla che di lui. Lo strepitoso successo alle europee ha spazzato dubbi e incertezze all’interno del suo partito, dove si sono spente le flebili voci degli oppositori. Resiste solo l’eroico Civati, mentre lo stesso Fassina, apostrofato quale “carneade”, fa pubblica ammenda e si dichiara conquistato dal verbo del capo. Tracima all’esterno il consenso, svuota i partitini alleati e confonde i nemici a cinque stelle, invade il campo degli orgogliosi vicini, conquista il primo cittadino di Napoli. Avanza senza freni. Prende forma il partito unico di sinistra, senza particolari sforzi o tavoli di confronto, solo per il naturale fluire degli eventi: ieri si ricercavano scrupolosamente le divergenze e ci si teneva stretti ai propri valori e programmi; oggi ci si scopre appassionatamente legati intorno a un capitale che non deve andare disperso. Con la generosa disponibilità di Vendola e la santa benedizione di Bagnasco si chiude il cerchio. Sarà lui a risolvere i problemi, a trovare le giuste soluzioni, a tirarci fuori dai guai.

Orgoglio dei compagni di partito, è anche la speranza degli avversari, perché, se i primi non faticano a riconoscere nella sua politica le ragioni del successo, dall’altra parte rappresenta la più facile spiegazione per la sconfitta. Non è stato il PD a vincere, ma il suo leader, dunque non di una sconfitta ideologica e politica si tratterebbe, ma di un semplice fenomeno, inatteso e provvisorio, destinato a durare il breve spazio di una contesa elettorale.

Si dice così nei confronti televisivi, nelle piazze, nei bar.

Anche questo rientra in quel fenomeno politico-sociologico che inizia ad assumere il nome di “renzismo”. Un fenomeno che dà ragione di tutto: delle vittorie e delle sconfitte, delle delusioni e delle speranze; un fenomeno sul quale va però fermata l’attenzione per comprenderne qualcosa di più di quanto appare in superficie. Cos’è questo renzismo, cosa ha portato in così breve tempo un personaggio, quasi sconosciuto, a divenire il “deus ex machina”, quasi l’uomo della provvidenza, quello su cui puntare per la salvezza del paese?

Niente di straordinario, verrebbe da dire: il coraggio di rottamare il “vecchio” e la ferma volontà di fare quanto sembri utile e necessario, e poi concretezza, linguaggio chiaro e diretto, la capacità di passare dal dire al fare nei tempi giusti e ragionevoli liquidando la stucchevole reiterazione di discussioni e spiluccamenti. La politica delle cose, insomma, non delle contrapposizioni “a prescindere”, dei “tavoli” e delle discussioni interminabili, delle composizioni e scomposizioni delle alleanze. Una politica da far storcere il naso ai palati fini, a chi ambisca dimostrare di saperla più lunga, a quanti confondono chiarezza con semplificazione, tempismo con fretta, decisione con autoritarismo. E che lo definiscono conservatore, democristiano, figlio della destra economica, messo e paladino dei poteri forti.

Non sarà facile per Renzi risolvere i problemi del paese, non solo per la loro gravità o per gli scandali che si succedono con drammatica regolarità, ma per il radicato costume politico del nostro paese, che non apprezza le cose semplici e chiare e che ama arzigogolare in mondi astratti e fantastici, dove si continua a discettare del sesso degli angeli e si resta fermi a schemi di valutazione stanchi e obsoleti, che non rivestono nessun significato agli occhi di un pubblico alle prese con problemi molto più immediati e urgenti. Fare cose di sinistra o cose utili? E perché non farle nei tempi brevi se veramente necessarie? Seguire i tempi della politica o quelli della gente? Ebbene, Renzi ha individuato il dilemma e indovinato la scelta e gli elettori lo hanno ripagato. Ecco il renzismo: concretezza e tempestività. La politica delle cose.

Quella che tutti aspettavano, che individua i problemi e li affronta con decisione, che non si perde in defatiganti discussioni senza fine e senza senso, che rifiuta le verità già poste, che va invece ricercando con onestà d’intenti e ostinazione. Una politica che non dovrebbe soffrire di esclusivismo ma diffondersi invece, a destra e a manca, nel pubblico interesse.

Una politica nella quale personalmente ho sempre creduto, essendo per natura insofferente per il parlarsi addosso e il pensare strano, per il progressismo dichiarato e la stagnazione nei fatti, per i tempi biblici sprecati per approdare al nulla. Se il voto europeo è il risultato di tutto questo, di una scelta non emotiva ma consapevole, sono veramente guai ai vinti, ai veri conservatori. Perché in tal caso il renzismo non sarà fenomeno momentaneo e la sconfitta non un semplice accidente, ma il segnale di un tramonto definitivo di opzioni e programmi sbagliati.

Tornare, dunque, alle cose e ai problemi della gente, affrontarli con onestà e volontà di risolverli. Questo si pone come indifferibile imperativo categorico. La politica dell’attenzione e dell’ascolto, che si apre e informa, perché vuole coinvolgere e risultare utile, che fa dei problemi della gente i suoi problemi e delle possibili soluzioni le ragioni dell’impegno e della ricerca.

Opzioni e scelte che mi portarono ad accogliere sei anni fa l’invito dell’editore di Myboxtv e che oggi mi impongono di continuare all’interno di un team, ridotto nei mezzi, ma illimitato nelle possibilità, per l’instancabile e qualificato attivismo di Mauro e Vanessa, che condividono la stessa fede e uguali propositi.

Nacque da un programma ben preciso questa rubrica settimanale, che sulle questioni cittadine sin dall’inizio pose ben chiari i suoi postulati. Li elencai nella n. 25, che ho ritenuto utile ripubblicare, ma vi sono ritornato nel corso di tante altre puntate successive, con chiarimenti e puntualizzazioni ulteriori. La Città del Galateo è il suo titolo e quello del progetto, una città diversa da quella dove mi trovavo a vivere. Immobile e silente, chiusa nei suoi confini e lontana da relazioni e reti tra comuni, sospettosa nei confronti delle associazioni e insensibile alla socialità, distratta verso il patrimonio culturale e artistico e incapace di comprenderne l’importanza, anche ai fini dello sviluppo e del progresso della città. Ostracismo dichiarato per le attività culturali e di teatro, persino per l’attività di un cittadino, costretto a “scendere e salir per l’altrui scale” per assicurare asilo alle sue opere, che avrebbero finito per girare la provincia e guadagnare l’attenzione nazionale e del mondo. Cieca dinanzi agli scempi che si andavano consumando nelle piazze e nelle strade per l’incuria e la negligenza, la città offriva al visitatore il deprimente spettacolo di una bella fontana, diventata artistica discarica, e di un villaggio Santa Rita che dava il benvenuto con i rifiuti di ortaggi e di bivacchi notturni.

E’ cambiato qualcosa in questi due anni di amministrazione Nisi nella nostra città? E’ stata invertita la rotta? Il programma dall’icastico nome “La Città del Galateo”segue il percorso virtuoso verso quella città pulita-ordinata-solidale? Ecco gli indicatori di qualità utili nelle valutazioni, l’attenzione ai fatti e alle cose, non l’indulgere nelle polemiche, nelle reciproche aggressioni verbali, nelle contrapposizioni giustificate soltanto dai particolari interessi di parte.

Ho seguito i vari comizi delle ultime settimane e li ho più volte voluti riascoltare; la cittadinanza può fare altrettanto accedendo ai nostri siti.

Non mi hanno particolarmente attratto i giudizi sui risultati del voto, né i tentativi di darne una giustificazione che rendesse immuni da colpe proprie o della propria parte politica. La fantascienza non è il mio forte. Mi sono fermato invece a valutare le più significative cose dette.

Avevo ascoltato con piacere Casilli, per la profondità delle parole sull’Europa; ho seguito con altrettanto interesse l’intervento dell’assessore Campa che, citando cose e fatti, ha dato chiara testimonianza di un lavoro tutt’altro che deludente, spazzando via le critiche diffuse di scarsa sensibilità per la solidarietà e l’assistenza, che rappresentava una delle principali accuse verso l’Amministrazione cittadina. Questo, naturalmente, sino a prova del contrario, che grava però su chi abbia documenti e ragioni per poter dire diversamente. Fatti e non chiacchiere, questo si chiede, e la possibilità di poter autonomamente valutare e quindi di essere informati. Perché non dev’essere l’avversario l’unico giudice, essendo la valutazione un fondamentale diritto di partecipazione e di democrazia di ciascun cittadino. E’ indubbiamente un dato significativo il primo positivo risultato della raccolta differenziata, che ci pone tra i nove comuni virtuosi e fortunati della provincia su cui non graverà l’ecotassa, e sono cose concrete il parco giochi di Santa Rita e la festa dello sport, che ha coinvolto decine di associazioni e migliaia di persone. Fatti e non sterili polemiche nella dialettica politica; lasciare da parte, soprattutto nelle periferie, le ragioni ideologiche e i tentativi di ricercare ad ogni costo appigli e virtuosismi per spiegare le sconfitte. Ho detto che i numeri non mentono, parlano chiaro, così come oggettivi e indubitabili sono le cose concrete e i fatti, che resistono a qualunque tentativo di volerli fare svanire.

Rimangono naturalmente sul tappeto argomenti altrettanto concreti e rilevanti sui quali l’opposizione deve farsi sentire, come vivo deve restare l’impegno della Giunta in carica per riflettere sulle cose fatte e per completare il programma.

Ognuno faccia il suo. Noi, da parte nostra, continueremo a registrare con attenzione e imparzialità. Saremo implacabili, come sempre, ma guarderemo ai fatti.

Enrico Longo

La lezione del voto – La Postilla n. 192

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     LA POSTILLA N. 192 

    La lezione del voto

 Non intendo aggiungere le mie analisi allo straripante chiacchiericcio dei critici di professione e dei tanti aspiranti stregoni. Soltanto qualche piccola considerazione, fatta sottovoce e in tutta umiltà. Nella speranza che possa tornare utile a qualcuno.

Ogni risultato elettorale ha una sua logica e una valida giustificazione. I numeri sono numeri e dicono sempre la verità. Mettono a nudo pregi e difetti, scelte giuste o sbagliate, e offrono utili ammaestramenti. A chi sa e vuole leggerli.

I numeri dicono che ha vinto il PD, che ha offerto il lato migliore di sé, fatto, almeno all’apparenza, di democrazia interna, unità e omogeneità della proposta politica. Ha vinto il governo, impegnato in un programma di riforme coerente con la situazione reale e le attese dei cittadini. E ha vinto Renzi, che in seno all’uno e all’altro ha saputo tenere dritta la barra, superando ostacoli e difficoltà che venivano a prodursi in quantità industriale. Ci hanno provato in tanti a mettergli i bastoni tra le ruote, nulla però ha scalfito l’azione decisa e chiara del leader, che ha saputo esorcizzare le flebili voci degli avversari interni, sobillati forse dal burattinaio di sempre, e indovinare le strategie giuste per fronteggiare la minacciosa onda grillina, che aveva travolto il timido patetico Bersani. “Grillo va sfidato e non implorato”, diceva, e contro il turpiloquio gridato e inconcludente non poteva non risultare vincente la strategia del parlar chiaro e diretto, indicando problemi e prospettando soluzioni.

Ecco la prima lezione che deve risultare chiara. Non basta gridare, insultare, demolire l’avversario. La gente è stanca di tutto questo, e tale stanchezza è particolarmente pesante in un periodo in cui la crisi ha i connotati concreti della povertà, della difficoltà di affrontare la sfida della sopravvivenza. La fame e la sofferenza sono cose serie; non avere neppure il minimo da offrire ai figli sa di dramma e non spinge certamente alla risata. Ha sbagliato tutto Grillo che, accecato dall’arroganza e dalla supponenza, ha ritenuto addirittura di adombrare purghe e marce su Roma, e si è troppo illuso per le folle che riempivano le piazze. L’avanspettacolo dura lo spazio di una sera e non paga sul piano elettorale. La gente pretende concretezza e tempestività delle risposte, quelle che ha ritenuto di ritrovare nelle promesse e nelle azioni del primo ministro. Se Renzi saprà passare dalle parole ai fatti, dando attuazione al programma di riforme, anche per la forza ricevuta dal consenso elettorale, sicuramente farà i suoi e i nostri interessi.

Non ha capito la lezione, almeno a giudicare dalle prime mosse, il partito di Berlusconi, che si muove tra dietrologia e clamorosi errori strategici. La prima ragione della sconfitta, secondo tanti dei devoti scudieri, sarebbe stata l’assenza del leader dalle liste, cosa che avallerebbe le pretese dinastiche, ultimamente accantonate, e poi l’ingratitudine di Alfano, colpevole di chissà quali colpe e non della legittima aspirazione di far parte di un partito finalmente adulto e democratico al suo interno.

Puntare sull’intelligenza di Salvini per ricoagulare il centrodestra e sugli industriali del nord per creare lavoro: queste le prime ipotesi per il rilancio. Ripartire dal Nord e dalla Lega, separatista e ladrona, per un progetto che evidentemente vedrebbe il Sud relegato a semplice serbatoio di voti. Con buona pace del pallido Fitto, che di voti ne prende regolarmente a vagonate per andarli a consegnare a persone che della sua terra non sanno che farsene. Deve darsi una mossa, Fitto, non può restare grigio gregario e servo ubbidiente dei diktat di un leader sconfitto e superato. Non può accettare che tengano le redini del partito persone come la Gelmini, che sembra avere la virtù di distruggere tutto quello che tocca, com’è accaduto con la scuola pubblica, o come l’inconsistente Toti, giornalista, capacissimo nel prendere appunti: ordini e direttive del capo indiscusso. La politica non è solo vetrina, non semplice attesa che qualcuno riconosca i meriti e paghi il giusto. Prenda, invece, le redini del centrodestra meridionale e vada avanti con programmi, coraggio e decisione. E altrettanto, dall’altra parte, faccia Emiliano di fronte a eventuali incertezze del Governo nei confronti dei problemi delle nostre terre. Due leader, due partiti e un unico progetto. Il Sud non può attendere oltre, deve acquisire il coraggio della volontà e delle idee per essere protagonista della sua storia e di quella del Paese.

Ebbro di soddisfazione per l’eclatante risultato del sei per cento, Salvini preparerebbe la marcia al Sud e in Sicilia. A far che risulta oggettivamente incomprensibile. Probabilmente ha chiare in testa le idee, questo signore, ed è sicuramente abile se è riuscito a coprire le incredibili ruberie e malefatte dei “lumbard” e ripresentare la sua Lega come luogo di virtuose educande. Esportare le nobili ideologie e i programmi della sua squallida combriccola? Proporci di collaborare nel respingere con violenza gli immigrati, uscire dall’Europa, prestare i nostri territori quali discariche delle industrie del nord, offrire le nostre coste alle sonde e alle tubazioni per gasdotti e diavolerie di ogni genere, disseminare i campi di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici? Conosce poco o nulla delle nostre terre, il Salvini, del nostro mare, della bellezza e varietà del paesaggio; conosce ancor meno della nostra storia, dell’arte e della cultura. Inviterei a preparargli l’accoglienza che merita a questo signore: potrebbe risultargli utile per vedere più chiaro in politica e nella vita.

Un’Europa incompiuta, egemonizzata dalla Germania e centrata sulle logiche del “fiscal compact” non poteva pretendere risposte diverse da quelle uscite dalle urne. Sinora dell’Europa abbiamo conosciuto soltanto gli effetti peggiori: il dimezzamento del potere d’acquisto di stipendi e salari, i limiti imposti all’agricoltura e alla produzione di latte, le continue penalità per nostre mancanze organizzative, la solitudine di fronte ai flussi immigratori. Spiegabili dunque e consequenziali, il successo degli euroscettici e l’avanzare dei nazionalismi.

Strane alleanze dunque in nome della fine dell’U.E. e della moneta unica: Grillo, che strilla e non sa che vuole, stringe alleanza con Farage, il leader dell’UKIP, che dal 1993 insegue l’unico chiaro obiettivo di vedere il regno Unito fuori dall’Europa; Salvini, autonomista e indipendentista, stringe un patto d’acciaio con la nazionalista Le Pen. Insomma di tutto e di più per risolvere le difficoltà dei popoli. “Basta Europa” è lo slogan di successo, non lo sforzo comune di recuperare e realizzare il sogno dei padri fondatori, dei vari Adenauer, De Gasperi, Schuman, Churchill, Bech, Spinelli, che videro nell’Europa Unita l’unico strumento di pace duratura e di benessere.

Più Europa e non la sua fine è invece la soluzione auspicabile, far funzionare meglio gli organismi e centrare l’attenzione sui popoli, sui bisogni reali della gente, sul lavoro, la salute, l’istruzione, la solidarietà. Troppo poco si è parlato di queste cose nei dibattiti e nei comizi, e tante banalità sono state veicolate attraverso i manifesti. Ho molto apprezzato, invece, le parole di Casilli, in entrambi i comizi, fatti prima e dopo le votazioni, per aver sottolineato il valore ideale dell’idea federativa, che ha assicurato decenni di pace e che promette un futuro di sviluppo e di benessere, se gli stati membri, che hanno importanza e ruolo, sapranno dare la svolta verso forme più significative di integrazione.

Le votazioni europee dicono qualcosa anche in merito alla situazione politica della nostra cittadina. I partiti che sostengono la maggioranza escono fortemente ridimensionati; quelli del centrosinistra, invece, raccolgono un importante successo. Sapranno, gli uni e gli altri, interpretare correttamente i risultati e assumere le decisioni più opportune? Nisi può fare spallucce o deve responsabilmente interrogarsi su tutto quanto fatto sinora? E a sinistra ci si limiterà a invitare il sindaco a farsi da parte o si cercheranno altre più comprensive strategie? Queste le osservazioni che mi vengono spontanee.

Il centrosinistra deve dare solido fondamento al successo ottenuto perseguendo la via già intrapresa dell’unità, della vicinanza alla gente e della concretezza dei programmi. Il PD, in particolare, deve decisamente puntare sui giovani e rinunciare definitivamente ai tradizionali bizantinismi, fatti di saccenteria e di volontà di spaccare il capello in quattro. Si muore anche di democrazia, se questa viene interpretata come necessità di dire comunque qualcosa di diverso e di dover programmaticamente dissentire. I giovani di SEL, da parte loro, vadano avanti secondo i programmi e le azioni che li vedono da qualche tempo significativi protagonisti della vita politica e sociale.

Nisi non può far finta che niente sia successo. I numeri, come detto, non sbagliano e raccontano, senz’ombra di dubbio, di una maggioranza che non è più maggioranza. Dove si è sbagliato, se si è sbagliato, e dove intervenire per recuperare il consenso?

Potrei dire, di passaggio, che Nisi dovrebbe forse prestare maggiore attenzione alle critiche oneste più che contare sui facili panegirici dei fedelissimi. Nessuno può ignorare le tante cose fatte dalla sua giunta, sulle quali mi sono più volte fermato nelle precedenti postille, ma la sensibilità della gente è colpita, in questo periodo di crisi, soprattutto dalle cose non fatte o dagli errori nelle scelte. Tasse, assistenza, ambiente sono le critiche ricorrenti, contro le quali il sindaco si è accoratamente difeso in un recente comunicato, risultato evidentemente non convincente.

E allora che fare? Seguire la provocazione dell’opposizione e tirare i remi in barca? Direi proprio di no: c’è tempo e spazio per rimediare. Suggerirei, invece, di lanciare una capillare campagna di ascolto e operare di conseguenza. Ricercare ogni occasione per stare più vicino alla gente, individuarne i più intimi bisogni, condividerne meglio difficoltà e ansie e fare di tutto per alleviarne il peso concentrando sull’assistenza e la solidarietà ogni possibile risorsa. Astenersi dalle tentazioni dell’apparire, che generano più critiche che consensi e che non lasciano traccia nel tempo. Prendere a cuore i problemi ambientali e agire con coraggio e determinazione senz’attendere che siano gli altri ad assumersi le responsabilità. Marciare tra la gente e con la gente contro ogni tentativo di attentare alla bellezza e alla salute del territorio. E non trascurare di procedere costantemente a una severa autocritica sulla propria azione di governo, avendo quale parametro unico di riferimento l’interesse immediato dei cittadini e le prospettive di sviluppo del territorio. Ciò detto, mi fermo qui, credo di aver detto abbastanza.

Enrico Longo